martedì 6 maggio 2014





Stavo leggendo un articolo su Vice (http://www.vice.com/it/read/il-self-branding-ha-gi-distrutto-milano-e-sta-per-distruggere-il-resto-d-italia) l’altro giorno, parlava della Milano dei creativi, di un mercato competitivo ed elitario che, forse per questo, resiste nonostante il decesso di questa Italia stanca  e consumata.

La fauna raccolta dentro i confini di questo luogo protetto, oasi felice e prolifera, sopravvive come può, lotta per mantenere uno status di benessere e privilegio minacciato dai tempi e dall’incapacità di reazione di chi è appena fuori il muro di cinta. Sopravvivono perché hanno cambiato le regole invece di seguirle: si vendono. Smerciano se stessi e costruiscono categorie di valore nuove. Sali o scendi non per quello che produci ma per chi conosci, la tua forza è il tuo network e il numero di mani strette che hai collezionato negli anni; mentre la tua bravura è tutta nel saper mantenere quel tessuto instabile intrecciato su favori e favoritismi.

Ma mi chiedo è Milano o è il mondo di ogni comunità, piccola o grande che sia, nordica o meno? Sono le nostre generazioni giovani a rincorrere questi nuovi skills, che poi come lo scrivi questo su un cv ? Ma cosa ancora più importante: è questo che davvero conta ?




Lo chiamano Personal Branding che da pratica dei creativi è poi migrata in territori meno riconoscibili, nelle terre desolate dei fancazzisti e nullafacenti con un talento per la chiacchiera da comare colorato da un discreto umorismo e un atavico legame con le masse dai grandi numeri. Queste eccellenze raccolgono seguito a colpi di selfie e attraverso le pagine dei loro blog sgrammaticati che faticano a comporre in italiano figuriamoci nell’inglese partorito da Google translate. Non hanno niente da raccontare eppure scrivono, non hanno la più pallida idea della differenza tra un grandangolo e un teleobbiettivo eppure fotografano. Lavorano instancabilmente indossando brand sfigati, bracciali da omaggio del ristorante cinese e magliette da tronisti solo per portare a casa un’altra sponsorizzazione, scroccare un altro viaggio, magari addirittura uno shooting per una pubblicità.



L’italiano medio ha fagocitato le prassi del potere e le ha fatte proprie, il clientelismo che è la piaga delle nostre amministrazioni e della conduzione di questo Paese ha sceso i gradini del potere e si è prestato a noi, gente comune. Una manciata di like è la distanza che ci separa dal successo e  dalla corte che per ammirazione o deferenza svilupperà una dipendenza e tu, ormai nell’olimpo delle celebrity selfmade avrai crediti da riscattare e spendere per salire sempre più in alto, magari schiacciando chi qualche valore aggiunto a questo paese avrebbe voluto darlo. Ma come cantava qualcuno qualche tempo fa “godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura.”










sabato 3 maggio 2014





13 gradi centigradi, nuvole grandi quanto gli States, vento nordico che sabota picnic da timballo e insalata di riso ma il Romano c’è, lui non ha paura ed è lì sul lido di Fregene come ogni buon primo maggio.

Le tradizioni vanno rispettate, l’eredità dei padri deve essere tutelata. Dobbiamo per costume e usanza intasare l’Aurelia, smadonnare con la fame nello stomaco nel traffico dell’una di pomeriggio, prenotare ristoranti mediocri con settimane di preavviso, spendere 39045922580 euro per una frittura delle buste del banco frigo dell’Ins, aspettare 2895248430 minuti per uno spritz annacquato e dobbiamo mostrare, mostrare prima di ogni altra cosa.

Mostrare la pelle bianca vampiresca e esporla senza la dovuta vergogna alle intemperie di un maggio poco primaverile, mostrare le cabrio da capelli al vento e girare con sguardo predatorio e aulin in tasca per salvare la cervicale. Mostrare cocktail che sanno di limonata nelle foto del Janga Beach in cui camice a quadrettoni che ormai sanno di cimelio nascondono una pelle d’oca da boscaiolo dell’Alaska più fredda e selvaggia.




Il romano lotta e non si arrende, difende la storia delle generazioni che l’hanno preceduto e si prepara ad assolvere ai suoi doveri di cittadino della capitale. Fregene e la Festa dei lavoratori sono solo uno dei grandi appuntamenti del maggio romano: gli Internazionali sono alle porte. Il localaro affina il talento e cambia nome al villagio vip sapendo che ormai anche i reietti di lande lontane oltre i confini della vera Roma sanno che di vip non c’è più niente in quel luogo, provano e spremono il loro talento, improvvisano danze tribali contro la pioggia e cercano col loro nobile lavoro di salvare dall’estinzione l’intrattenimento mondano di questa città alle soglie dell’estate. 

Perciò signori via alla caccia dei bracciali, alle telefonate ruffiane a quell’amico dimenticato che riscoprite ogni anno a maggio insieme al suo essere socio del Circolo, via alla frenetica ricerca di conoscenze o presunte tali tra gli sponsor e che la stagione abbia inizio.


Stay tuned per ulteriori aggiornamenti.




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